"Vite di Madri", recensione di Lisa Molaro
- 9 set 2013
- Tempo di lettura: 4 min
Questo che ho appena terminato non è un voluminoso tomo da mille pagine ma vi posso assicurare che di emozioni, di spunti di riflessione e di rimandi per eventuali ricerche e approfondimenti ne ha ben forse più di mille!!!
Vita di Donne, vita che non evita!
L’autrice che si veste di bianco, che ama le rose romanticamente recise che mantengono la loro beltà nonostante all’apparenza inaridite, petali che in vita hanno sfiorato morbidamente polpastrelli innamorati e che ora si mantengono vivi grazie al ricordo del sentimento a loro legato; l’autrice che è Donna governata da una sensibilità resa ancora più incipiente da ciò che ha conosciuto vivendo, provando, toccando, scoprendo e parlando; l’autrice che è parole, parole sue che unite a parole di altri si trasformano in fiumiciattoli desiderosi di trovare pace in un collettivo capace di diventare linfa, speranza... Vita appunto!
Molti lettori saltano la prefazione del nuovo romanzo che si apprestano a leggere andando a piè pari al primo capitolo, in questo caso vi sconsiglio caldamente dal farlo: vi perdereste una prefazione che non si limita ad essere tale ma che sembra quasi un primo capitolo, si tratta di una prefazione importantissima affinché la lettura di ciò che la segue avvenga con lo spirito giusto; assieme all’introduzione dell’autrice ci permette di togliere gli stivali sporchi di fango o le scarpe da ginnastica sudate e sporche dal troppo schivare ostacoli e di indossare belle scarpe col tacco, scarpe rosa cipria, con un tacco dodici che in questo caso è bello comodo perché non dovremo far altro che sederci su raffinate poltroncine di tessuto broccato, dai motivi floreali, sorseggiare un buon tè in delicate tazze di fine porcellana e ascoltare l’aprirsi del cuore di chi prima di noi, in quel salotto si è già seduto e aperto il suo cuore magari lasciando a tratti che lo sguardo scivoli via, oltre le ortensie del giardino, oltre le rose che contornano il vialetto d’accesso, oltre i gelsomini, oltre la pace!
Mentre leggevo ho pensato a Jung, a giare che nascondono tesori, a giare vuote, a giare nere decorate con scene dorate, a giare sfavillanti e a giare rotte perché mani distratte come folate di vento le avevano fatte precipitare a terra Allora le dita distratte diventano la palla che Sisifo era condannato a portare in cima alla montagna, facendola rotolare in alto in un movimento controcorrente, incessante, continuo; anelando una cima impossibile da conquistare rimanendo fermi!
Donne come Terra fertile o arida, ma la cui linea di distinzione non garantisce tratto netto!
La fertilità può essere arida di sentimento, incapace di elargire amore, mentre l’aridità può ricominciare a nutrirsi se anche solo una goccia di acqua fresca le bacia le labbra assetate.
Acqua come sorgente, acqua delicata che pulisce o prepotente che sferza; acqua che come pioggia scende sul viso di Biancaneve o sul viso della Matrigna.
Matrigna presente nelle favole come rappresentante del tabù della cattiva madre che nella realtà NON PUO’ esistere; matrigna sempre vestita con colori eleganti, donna dal viso sempre perfettamente truccato, dalle lunghe unghie sempre truccate, dai capelli quasi sempre nascosti, dalla figura quasi sempre snella, alta e longilinea, spesso androgena. Un libro, questo, che è quasi metaletteratura!
Storie di figlie, di madri, di madri figlie e di figlie madri, di surrogate, di protagoniste e di marginali che si alternano giocando dolorosamente a un-due-tre stella, a nascondino o al gioco del fazzoletto.
Mentre leggo, la leggenda di Lamia si insinua nella mia mente e forse anche nella vostra, rimandando a gelosie, a frustrazioni, a cattiverie prime subite e poi inflitte, come cercando uno stupido equilibrio tra il dolore ricevuto e quello dato.
Libro di ghiaccio e di neve. Le parole scivolano su una patina gelata, ghiaccio come simbolo negativo perché pericoloso, scivoloso, capace di scottare, di tagliare e neve in contrapposizione con la sua morbidezza, col suo candore, con la sua luce accecante; il fiocco di neve però è fatto da cristalli di ghiaccio che nonostante nel nostro immaginario collettivo siano sempre belli, simmetrici e magicamente identici ( e appenderli all’albero di Natale rende subito calda l’atmosfera) sono invece in natura diversi gli uni dagli altri.
Ecco, secondo me questo racchiude il senso del fiocco di neve: morbido, bello, dolce... intenso perché formato da molti cristalli diversi tra loro; me lo immagino scendere piano, aggiungersi, fondersi con quello sceso proprio un secondo prima di lui, creando così mescolanze di identità, di voci, di cristalli di ghiaccio perfetti che si fondono a cristalli che invece urlano la propria differenza con grida sorde che si ovattano nel manto di un silenzio totale, capace anche di mettere inquietudine proprio perché, sebbene un buon silenzio non sia mai stato scritto, la totale mancanza di suono racchiude voci di emozioni.
Non è inoltre un caso che il ghiaccio possa anche diventare simbolo positivo, energia positiva che quando si smussa, quando distende i nervi sciogliendosi (e di questo le leggende germano-scandinave sono piene) rivela passaggi spirituali di crescita e trasformazione, di percorsi metabolici o catartici, guarigioni fatte col sale che disinfetta una ferita aperta, messa sotto il bruciare del sole per coagulare velocemente il sangue!
Ghiaccio che si scioglie liberando ciò che ibernava.
Ma in questo libro non tutto avviene subito, la palla di Sisifo non sempre arriva in cima in poco tempo e la dea Era non sempre riesce nel suo intento! Non è un libro di madri ma di ventri e di cuori; inutile nascondersi dietro un dito: non è un libro comico e nemmeno una lettura da farsi veloce mentre distrattamente si guarda la televisione accarezzando il gatto!
Tutto però ha più punti di vista e più chiavi di lettura: Il dio Ganesha non è una donna ma ha un grande ventre goloso e rotondo capace di elargire prosperità a chi lo venera! Partorisce benessere!
Prendete in mano, quindi, questo libro, sedetevi sulla poltrona di broccato, versatevi un sorso di tè alla rosa canina, accavallate le gambe e giocando col tacco permettete a voi stesse di far compagnia alla vita di altre donne che hanno bisogno di essere ascoltate oppure sentitevi voi, meno sole! Forse il cuore si stringerà in una morsa, forse una goccia di tè rosso macchierà la vostra gonna bianca, forse stringerete i pugni, forse piangerete…ma poi le lacrime si asciugheranno e vi sentirete FIERE di essere DONNE .
Lisa Molaro









































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